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La curiosità umana nell’indagar segreti e il malsano desiderio di conoscerli e comprenderli, sono riprovati dagli antichi con due esempi; quello di Atteone e quello di Penteo. Atteone, avendo imprudentemente e per caso visto Diana nuda, fu mutato in cervo e straziato dai suoi stessi cani. Penteo che, salito su di un albero, aveva voluto essere spettatore dei misteriosi riti sacrificali di Bacco, fu punito con la pazzia. La demenza di Penteo fu di tal fatta che immaginava le cose doppie; e dui soli e due città di Tebe gli si aggiravano dinanzi agli occhi, a tal segno che, avvicinandosi a una Tebe, era trattenuto subito dall’apparizione di un’altra: e in questo modo era portato perpetuamente e senza soste avanti e indietro. Folle Penteo che vede le schiere delle Ecumeni
Diversa è la tragedia di Penteo. Coloro infatti che temerariamente, poco memori della loro mortalità, aspirano a conoscere i misteri divini tramite le vette eccelse della natura e i fastigi della filosofia (come salendo un albero), pagano come pena una infinita incostanza ed un giudizio vacillante e perplesso. Essendo diverso il lume della natura da quello divino, accade per essi come se vedessero due soli. Dipendono dall’intelletto e le azioni della vita e i decreti della volontà, ne segue che essi sono incerti non meno nella volontà che nell’opinione: pertanto vedono similmente due città di Tebe. Con Tebe infatti sono descritti i fini delle azioni (poiché Tebe era la dimora di Penteo ed il suo asilo). Di qui la deriva che non sanno più dove andare e, incerti e dubbiosi nelle più importanti decisioni, sono trascinati intorno senza costrutto dagli impulsi subitanei della mente. |




