
L’atteggiamento da outsider, la melanconia, il satanismo, l’idealizzazione del ruolo del vate [2], esalta inevitabilmente il contatto dell’Io lirico con gli archetipi dell’Inconscio Collettivo e favorisce così il risveglio d’interesse per lo studio della mitologia. Non è un caso che F. Schleiermacher (1768-1834) ha ricondotto la religione al sentimento ed il divino alla forma mitica intesa come «rappresentazione storica del sovrastorico». Con la subordinazione dell’analisi alla visione e della ragione all’emotività creativa, il romanticismo colloca al centro del paradigma l’enfasi sull’eterno, inteso come verità metastorica, residuo incorruttibile che si sottrae al divenire e si concede al visionario solitario incarnato da W. Blake. È un’epoca di creatività faustiana e prometeica che si rivolge agli dei della psiche greca per rovesciare il mondo cristiano atrofizzato dal senso del peccato e dalla repressione delle pulsioni. La musica di Beethoven esalta la sensualità della vita bucolica, la poesia di Hölderlin invoca gli dei fuggiti, F. W. J. Schelling (1775-1854) scrive la Filosofia della mitologia, esaltando una sorta di concezione proto-olistica della Natura e dell’uomo. Hegel (1770-1831) teorizza l’idea di sistema in cui l’Intero è compreso e raccolto, superando così la dicotomia tra la vera religione cristiana ed i falsi dei pagani. J. G. Herder scrive molti saggi di mitologia, mentre i racconti dei fratelli Grimm contribuiscono a risvegliare l’interesse per le creature fantastiche che abitano i boschi del Nord. Se il periodo romantico fornisce la spinta propulsiva alla ripresa delle ricerche sul mito, tuttavia è soltanto nel XIX secolo che le neonate scienze umane iniziano a volgere con insistenza il loro sguardo retroattivo alla religiosità pagana, favorito anche dalla diffusione di documenti e fonti provenienti da civiltà antiche e lontane. Si pensi, ad esempio, alle prime traduzioni del corpus filosofico e letterario dell’India, alla divulgazione delle Upanishad, per esempio. Nel XIX secolo con la nascita della storia delle religioni come disciplina autonoma, la mitologia dei popoli indoeuropei, fino a quel momento appannaggio quasi esclusivo di filosofi e scrittori, inizia ad essere vagliata con i moderni metodi delle scienze umane. Tra cui, la storiografia comparata e l’antropologia, la sociologia. Finisce, dunque, l’epoca dell’approccio “umanistico” ed inizia la fase scientifica in cui si ricerca la plausibilità del dato storiografico o etnografico. Si tratta, ovviamente, di scienze umane e non esatte, ma lo spostamento dal primo periodo “umanistico” non è irrilevante, giacché si pone l’attenzione sempre più nel confronto dei documenti e delle fonti e non sull’interpretazione soggettiva dell’autore. __________ Note1. Cfr. AA.VV . Modernità dei romantici, Liguori Editore, Napoli, 1988 p. 37. (torna al testo) 2. Cfr. Pagnini , Il Romanticismo , Il Mulino, Bologna 1986. (torna al testo) |


